e tradizioni, si sa, vanno rispettate, e per l'Italia entrare in guerra contro chi le era amico fino a poco tempo prima, è senza dubbio una tradizione. Questa volta le tempistiche sono però al limite del parossismo: baciamani, trattati bilaterali, hostess da convertire all'islam, sembra amore a prima vista tra i due “grandi statisti” delle opposte rive Mediterranee.
Sicchè, lo scorso febbraio, sulla scia delle rivolte che infiammano il Nordafrica e in generale tutto il mondo arabo, che hanno già spazzato via due “raìs” nei paesi limitrofi, il nostro fedele alleato Muhammar Gheddafi, all'esplodere dei primi tumulti, dà dimostrazione al mondo intero di essere di tutt'altra pasta rispetto ai suoi colleghi tunisini e egiziani, e inizia il bagno di sangue tutt'ora in corso.
Una sola voce fuori dal coro dalle condanne internazionali contro la mattanza libica : il presidente del Consiglio Italiano, che dichiara di non “aver voluto disturbare” il suo compare, effettivamente impegnato a far ragionare il popolo infuriato con miti consigli.
Per il Colonello sono dunque in arrivo tempi difficili, si vede che non tutti sono davvero convinti della sua “redenzione” rispetto a quando per l'Occidente era per il pericolo numero uno. Infatti l' Onu, su particolare insistenza del presidente Francese Sarkozy, da il via libera alla creazione di una “no fly zone” a difesa dei ribelli libici, a cui l'Italia inizialmente partecipa solo attraverso la concessione di basi militari.
Le prese di posizione del ministro degli Esteri Frattini risultano piuttosto confuse e contraddittorie, mentre gli esponenti del Pdl e gli “house organ” berlusconiani attaccano fortemente la risoluzione dell' ONU, rivendicando l'importanza degli interessi nazionali assicurati dai trattati con la Libia e ora a rischio. Inizia così una forte campagna dai toni pacifisti, ironia della sorte proprio dagli stessi che pochi anni prima salutavano con favore all'invasione dell'Iraq, fondata su accuse inesistenti.
Ma i tempi corrono molto velocemente, e a tale velocità ci si deve adattare: l'intervento diventa presto una guerra aperta, e la partecipazione dell'Italia sempre più attiva, con nostri aerei che si uniscono ai bombardamenti. Ora chi solo un mese (e meno) prima appariva un convinto pacifista, critico verso qualsiasi forma di “intromissione in affari interni della Libia”, si trasforma in un convinto sostenitore dei bombardamenti sul suolo libico e della caccia aperta al Raìs Libico. La Lega però non si appiattisce a questo contrordine continuo e minaccia la stabilità del governo.
Così in poco più di due mesi il Colonello Gheddafi, padrone assoluto della nazione libica da 42 anni, passa da grande amico del popolo italiano, garante contro l'immigrazione di massa proveniente dal subcontinente africano e fornitore di gas e oro nero, a acerrimo nemico, braccato dai bombardieri e assettato di vendetta, che, conoscendo il suo passato e presente non si farebbe troppi scrupoli di attuare. Sopratutto dopo la morte di uno dei figli e di tre nipoti, che pagano la colpa di essere figli e nipoti della persona sbagliata nel momento sbagliato.
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